Parapendio – in Sicilia

Parapendio

In Sicilia, ovvero…

Miiiii, stu stagghio unni futtiiiu!!!

“Il flauto di canna non suona mai altrettanto bene quanto nella solitudine dello spazio, dove nessuno ascolta. Bisogna saper tacere come tace il silenzio per ascoltare la voce dello spazio”. (Moussa ag Amastane, “amenokhal” dei Tuareg Kel Ahaggar)

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Nove audaci. Con un avvio rocambolesco se non fantozziano giungiamo a Malpensa, una domenica sera, a pochi minuti dalla chiusura del volo. I poliziotti ci guardano increduli, la bocca aperta, mandibola a terra, incapaci di muoversi o di prendere qualsiasi decisione (li arrestiamo?) mentre noi, sfiniti, sudati, stravolti ma felici, corriamo saltando fra biglietteria, check-in e consegna bagagli fuori misura, i carrelli stipati da zainoni multicolori.

Palermo. Bestia che caldo. Adddrianooo! …Veloci ragazzi che andiamo a prendere qualcosa al volo… Diggiàaaaa? Ma è quasi mezzanotte!

Solo poche ore fa, incolonnati, avviliti, eravamo fermi sulla superstrada Lecco-Milano. Poi, quando il cumulo congesto, con gesto perfidissimo, carico d’acqua e delle sue schifezze aveva ormai deciso di annegarci, al pulmino – ma è quello nuovo! – non par vero di lasciarci in panne in quel posto maledetto. In silenzio, i respiri soffocati, inghiottivamo lacrime…

Ma mò siamo qua! Porca miseria ragazzi, ce l’abbiamo fatta.

Da Kumeta, Maganoce, Ciaculli, Portella del Vento, Prizzi, Montagna Grande, Inici. Da nord, sud, est, ovest. Si vola dappertutto in Sicilia, con qualsiasi vento… sempre che non ci sia lo ‘stagghio. Stagghio o stagghio totale (total stag) è quando due o più masse d’aria uguali ed opposte si incontrano annullandosi. Plop: murriiiu u cane!Immobilità totale. E meno male che noi lo abbiamo trovato ‘stu stagghio’ che già così, se non era per Adriano, ad ogni decollo sarei saltata via come un palloncino (!), forse.

Per una partenza da grillo chiedere a Nat. E’ necessario sovra-correggere la vela quanto basta per attraversare più volte il Maganoce (giusto per dare un esempio) da est a ovest a est, ostinatamente, senza mai perdere il contatto con la terra, il più velocemente possibile a passo saltellato laterale, rigorosamente nella posizione del crocefisso, sciorinando in giaculatorie nomi d’innominabili pudende. Volgaruccio lo stile? Assolutamente irrilevante. Un convinto intervento sul di dietro ti accompagnerà poi verso il cielo.

Dal decollo della Bolognetta la Conca d’Oro ci si apre davanti ad anfiteatro… lontana è Bagheria, quella di Guttuso e Tornatore, dell’infanzia di Maraini. Il nome potrebbe derivare dall’arabo Bab el gherib, la porta del vento. Oppure da Bahariab, marina. O magari furono i fenici a chiamarla Bayaria, ritorno. Nel Settecento era il luogo di villeggiatura preferito dai nobili palermitani, era un giardino fra ulivi e limoni. Ma tutto lo splendore di una volta andò distrutto negli anni Cinquanta. Fu uno scempio urbanistico.

Sarà un’esperienza da ricordare, una vacanza diversa. Fosse solo per il volo mozzafiato su Castellammare. Si decolla dal Monte Inici e già l’arrivarci è un’emozione tra fragranze di resine e ripidi sterrati. E il volo… dopo aver superato una valletta con praticelli, pietraie e boschi, ci si affaccia sullo spettacolo del golfo. L’aria un po’ appiccicosa del mare ti viene incontro, ne senti il profumo mentre sorvoli il paese. Le sfumature del verde le trovi tutte sotto nell’acqua e la spiaggia sembra aspettarti, grande, morbida, accogliente.

Jüli, cumè vèmm? Benone… quando non si ha paura. Già, la paura. Un’ansia sottile che raramente mi abbandona. E’ qualcosa di emotivo, non razionale. Ma qui c’è spazio solo per un piacere profondo ed eccitazione, estasi, appagamento poi.

Sto cominciando ad imparar qualcosa forse, ma è tempo di andar via. E riporto a casa la Sicilia dall’erba bruciata, spinosa, le strade di pietra, i campi arati, le zolle nere, aride e secche, taglienti come marmo; i fichi d’India impolverati e i vigneti; le esplosioni di colore degli ibiscus e bouganvillee, gli oleandri, il gelsomino e il timo selvatico; i caffè-bomba, il marzapane, i cannoli, gli arancini, le granite, la brioche con il gelato. La sua bella gente. E le chiacchiere della sera, dalle Olghe di Giuseppe ai bambini che non crescono, al coraggio delle donne, al disarmonico groviglio delle mie contraddizioni. Avrò molto su cui riflettere.

 

di Francesca Chiolerio  –  ottobre 2001