Antartide – Ballata in bianco e nero

Penisola Antartica

Ballata in bianco e nero

 antartide-polacadeliaTESTO

Ho dovuto risistemare anima e corpo. E’ stato un viaggio faticoso, il sole è scomparso con il mio arrivo ed i pinguini li ho visti sotto la neve!!! Non una vacanza riposo relax ma una meta che si è fatta desiderare, ha chiesto di pagare pegno. Un’esperienza da rivivere al rientro. E dopo ancora.

L’Antartide è il posto più freddo, più ventoso, più secco del nostro mondo. I due terzi dell’acqua dolce del pianeta si trovano qua sotto forma di ghiaccio. E’ un continente grande quasi il doppio dell’Australia. E’ il più elevato, oltre la metà delle sue terre si trovano sopra i 2.000 metri. Al 95% è ricoperto da uno strato di ghiaccio che raggiunge i 3.500 metri e pochi nunatack riescono a mostrare le loro rocce nude in questo deserto polare.
Il vero confine dell’Antartide non è la terraferma ma la cosiddetta Convergenza Antartica, una regione circolare, una fascia ondulata compresa fra 50° e 60°S, ben definita dal cambio di temperatura, a volte visibile come una cintura di nebbia. Qui le acque più calde e saline provenienti dal nord si scontrano con quelle più fredde, dense e dolci provenienti dall’Antartico. Le opposte correnti si urtano, convergono e sprofondano. L’ambiente si arricchisce di plancton e il luogo è ideale per nutrire una gran quantità di animali marini, uccelli e mammiferi. South Georgia per esempio si localizza a sud della Convergenza e dal punto di vista biologico questo la qualifica isola antartica. Non le Falklands invece, che ne sono fuori.

Ritorno a Ushuaia. La cittadina sta crescendo, cantieri aperti sulle colline abbracciano il centro. Caldo anomalo. E’ primavera piena, la neve è ancora salda sulle montagne ma tocchiamo i 30 gradi oggi. Cielo blu, vento teso, aria limpida e ovunque tappeti verdi carichi del giallo del tarassaco in fiore. Profumi di mare e di erba tagliata di fresco aprono il cuore. Il sole caldissimo addosso, riscalda. Al porto ritrovo la Tres Marias, la barchina azzurra che mi portò a visitare il Canale di Beagle sei anni fa! Passeggio mischiando museo e cioccolato, libri e artigianato, mica tanto locale. Una centolla apre e chiude la serata fueguina. A nanna presto, sono stanca e domani ci si imbarca.

La Grigoriy Mikheev, nave russa da ricerca oceanografica convertita al turismo, ci aspetta nel porto. Bianca anche lei come un ghiacciolo, è la più piccola fra tutte. La sua chiglia è rinforzata per una tranquilla navigazione nei mari polari.
Butto giù la monodose omeopatica contro il mal di mare e parto subito alla scoperta del nuovo mezzo, finalmente verso la Tierra donde todo queda al Norte!
Dormito niente, è tutto un su e giù e sto malissimo. Per fortuna è una giornata di sole oggi e stare fuori aiuta. Lo Stretto di Drake non perdona, l’onda lunga non risparmia e mi rivolta come un calzino. Perdo le prime due conferenze ma mi riprendo appena in tempo per quella di Monika che spiega l’utilizzo degli Zodiak, come salire e scendere dai gommoni per le escursioni a terra. Dentro la nave posso solo stare sdraiata nella cuccetta… e vengo spinta in giù con i piedi in fondo al letto, per poi scivolare nel senso contrario con la testa verso il basso, in un moto altalenante infinito e senza interruzioni, rotto solo dall’altro movimento laterale che aggiunge la rotazione di una lenta centrifugata. Da dio!
Sono in una sorta di limbo, sospesa fra cielo e terra. Non sto bene e sento tutta la mia impotenza.
Superiamo nella notte la Convergenza Antartica, c’è foschia. La nave procede a 9-10 nodi. Va molto meglio, ci stiamo avvicinando all’isola di King George, nelle Shetland Australi.
Lo stato di trance in cui mi trascino mi permette di vincere una gara, indovinare la posizione del primo iceberg che verrà avvistato: 61°28’S 58°12’W. Incredibile, lo centro. E la bottiglia di Merlot francese è mia!
Una quindicina di ricercatori e tecnici, con noi sulla nave, raggiungeranno oggi la loro base scientifica “H. Arctowski”. Sono polacchi e daranno il cambio a otto colleghi che hanno già trascorso 14 mesi quaggiù, in pressoché totale isolamento. Trasferire il pesante carico di materiali e viveri dalla stiva della Grigoriy all’isola, con un mezzo anfibio che fa la spola fra la nave e la base, si rivela un’impresa estremamente lunga e faticosa. Le condizioni meteo sono di forte vento e mare grosso, basterà appena una giornata. Anche la temperatura si è abbassata parecchio. Albatross e procellarie ci rincorrono.
Bufera di vento ieri sera, adesso il sole. Così possiamo sbarcare pure noi nell’Admiralty Bay per visitare la spiaggia e la base dei polacchi.
I nostri primi pinguini Adelia ci vengono incontro! Pygoscelis adeliae è l’archetipo del pinguino, in bianco e nero pulito senza fronzoli, ha solo un giro candido sul nero del capo a sottolineare l’occhio. Hanno stabilito la loro colonia in un’area ben protetta, non accessibile al turismo, nel Site of Special Scientific Interest No. 8, che delimita la spiaggia e conclude la nostra passeggiata. Così torniamo sui nostri passi fino alla stazione polacca. Visitiamo gli alloggi e la cucina, molto confortevoli ad una prima occhiata. Il cuoco sta mettendo in pentola grossi pezzi di arrosto, una parte è già in tavola e dappertutto, in ogni angolo, bibite e dolciumi sono a portata di mano. Il cibo, in un posto del genere, oltre alla sua primaria funzione alimentare deve assumere per forza un’altra grandissima valenza, diventa piacere puro in un luogo dove ben pochi altri ne son concessi. Internet e telefono sono troppo cari per un gruppo così piccolo e dal budget limitato. Questi studiosi si occupano di biologia marina, in particolare ricercano legami fra la fisiologia e biochimica dei pesci e le modifiche ambientali. Raccontano di grandi soddisfazioni di lavoro ma anche di una convivenza non proprio facile. Quando le antipatie vengono a galla e non ci si sopporta più, diventa vitale riuscire ad isolarsi. Isolarsi per sopravvivere, così è! A pochissimi giorni dall’inizio del viaggio persino nel nostro gruppo i giochi sono fatti, ma tra una settimana noi potremo salutarci e pace e amen. Fosse per un anno o forse più? Viene male solo a pensarci!
Intanto, con un nuovo timbro sul passaporto a ricordo dello sbarco ritorniamo sui gommoni ed alla nave.
Dieci le nazionalità a bordo. Equipaggio russo, ricercatori polacchi, noi italiani i più numerosi, poi argentini, cileni, americani, canadesi, tedeschi, olandesi, australiani. Grosso modo, fra tutti saremo una settantina di persone.
La barca rolla e beccheggia, si muove e mette sonno. Le ore passano lente fra chiacchiere, letture e noccioline. Qualche momento in branda. Perdo il senso di cosa, niente gente, quella “tanta”. Nemmeno odori, puzze o profumi. Tutto si ripete uguale in un mondo a sé. Bella nave, bel lettino, bel bagnetto, caldo dentro e freddo fuori. Torna un po’ di nausea da crociera. Tocca scendere per la cena ma non ho fame. Vedo un piccolo iceberg dall’oblò. Esco fuori, poco vento, non fa freddo ma nevischia, il dorso di una balena che subito scompare, pinguini che saltano nel mare.
Hydrurga Rocks (64°08’S 61°37’W) sono piccole isole a est di Hummock Island, nell’Arcipelago di Palmer. Il nome deriva da quello della foca leopardo (Hydrurga leptonyx).
Ci svegliamo alle cinque per questa escursione. Neve bestiale e poche foto, impossibile farle. Vedo pinguini Chinstrap (Pygoscelis antartica) e gabbiani, una grossa foca di Weddell (Leptonychotes weddelli) sdraiata tranquilla, pare quasi stia al caldo sulla neve. Poi tutto si confonde attraverso gli occhiali spruzzati di neve, appannati, bagnati dentro e fuori.
Faccio colazione e mangio senza decenza per ricompensare quello che non c’è stato. Adatto con moschettoni ed occhiello fatto al momento il mio copri-zaino impermeabile, visto che così com’è la sua funzione non è certo in grado di farla. Delusa, non c’è sole, neve fino alle ginocchia, tutto è bagnato, poco godimento. Ma il paesaggio sarebbe notevole. Continua a nevicare. Sono o no nel posto più secco del mondo?
Va in onda un filmato sulla navigazione a vela attorno a Capo Horn. Inguardabile! Esco fuori, uno spettacolo di neve. Un sorso di Porto mi riscalda.
Sbarchiamo a Danco Island e ancora nevica. Saliamo, quasi un’arrampicata verso la colonia di pinguini Gentoo (Pygoscelis papua). Mi siedo sulla neve e aspetto che siano loro ad avvicinarsi, curiosi.
Paradise Bay, un’occhiata di sole trasforma il paesaggio, è magico e grandioso, l’acqua trasparente ed il ghiaccio azzurro cupo. Lo scenario del ghiacciaio che scende fino al mare mi parla di una storia fantastica con le torri irreali di una città fantasma che potrebbe crollare da un momento all’altro.
Presso la stazione argentina Almirante Brown “tocchiamo” il continente vero, appoggiamo i nostri piedi su sassi e rocce scure! Perfettamente mimetizzata fra gli scogli, una enorme femmina di elefante marino sonnecchia. E’ solo quando apre gli occhi che ci rendiamo conto della sua impressionante presenza. Padroni di casa, i pinguini gironzolano attorno alle casette arancioni.
Lemaire Channel sarebbe qualcosa di spettacolare da osservare dalla nave. E di nuovo c’è nebbia e le nuvole sono basse. Nevica, non fiocchi ma durissime scagliette di ghiaccio che mi pungono la faccia, l’unica parte rimasta esposta. Un passaggio sullo Zodiac e mi ritrovo fradicia. Ma qui non c’è fretta, non c’è tempo, nemmeno ansia. Mi lascio asciugare, attendo l’ora di pranzo così, tranquillamente, senza tanto fare. Anche senza tanto pensare, in verità. I polacchi che tornano in famiglia dopo l’anno passato presso la base polare mi siedono accanto sereni, ridono e scherzano. Qui proprio non c’è nessuna fretta.
Port Lockroy. La nave si arena sul ghiaccio nei pressi della base museo inglese ancora chiusa, aprirà fra una settimana. Camminiamo pure noi come pinguini in fila sul pack fino ad una colonia di Gentoo che fotografo in mille posizioni diverse. Stanno nidificando e appresso scorazzano gli Snowy Sheathbill (Chionis alba), uccelli molto simili a piccioni completamente bianchi, tutt’altro che graziosi. Sono spazzini, cleptomani e parassiti, si procurano il cibo togliendolo a pinguini e cormorani. Ma rubano anche uova e pulcini.
Non smette di nevicare. Navighiamo verso nord in un mare ghiacciato. La nave rallenta, 5-6 nodi. Le onde tornano lunghe e la ballata ricomincia.
Un’esperienza in bianco e nero, a volte grigia. Foche e pinguini ci passano accanto su lastre di ghiaccio, una foca leopardo, da intuire. Mi metto la felpa, ripenso a casa e a stare bene. Al mal di mare che speriamo non mi becchi un’altra volta. Al sole che da qualche parte splende alto. Ai miei compagni di viaggio. Ai miei compagni lontani. Al freddo che ricopre la vita, all’amore che a volte la riscalda. La nave ondeggia, chissà fra poco, non oso pensarlo! Esce un raggio di sole, tutti sul ponte.
Finalmente eccoci a Deception Island. E’ un’isola vulcanica dal cono collassato, ha la forma di un anello spezzato, una circonferenza aperta sull’oceano per mezzo di uno strettissimo canale, Neptunes Bellows, 230 metri in tutto. Dimezzato poi perché nel centro appena sotto la superficie ci sono micidiali scogli e sul lato nord del passaggio affiora il relitto di una baleniera inglese affondata nel 1957 nel tentativo di evitare un vascello argentino che transitava in zona.
Entriamo nella grande caldera racchiusa dall’isola, Port Foster. Sedimenti e ceneri appaiono scuri fra i diversi livelli di ghiaccio. Atterriamo a Walers Bay su una spiaggia nera, calda e misteriosa, avvolta da cortine di vapore, che odora di zolfo, evidenze di un’attività vulcanica mai finita. Pochi pinguini Gentoo a passeggio, un Chinstrap, una famigliola di Skua (Catharacta maccormicki) sguazza in una pozza di acqua dolce.
Cammino fra le rovine di una stazione baleniera, fra montagne strisciate di neve, in uno splendido riparo naturale, un porto sicuro al di là delle occasionali eruzioni, naturalmente. Tre dei nostri fanno il bagno, la temperatura dell’acqua varia, la si vede fumare.

Pensieri che non vengono, decisioni difficili che ancora non lo so.
Quali sono i colori dell’Antartide? Pensavo a tinte forti, ai contrasti. Bianco e blu avrei detto, neve, mare e cielo e un po’ dell’arancione del tramonto. Invece ho trovato bianco e nero, dai pinguini alla neve e nebbia, nuvole, albatross e gabbiani.
Ancora poco da dire, è stato così breve. Mal di mare. Adesso ho un cerotto dietro l’orecchio contro la nausea, si è già staccato un paio di volte in un paio di minuti. Anche lui non reggerà. Sinfonia antartica, musica e splendide immagini, ma non mi va di scendere giù. C’è qualcuno anche qui che la pensa come me. Si potrà mai avere sempre voglia di dire, di gridare, di parlare, di essere al centro di? Sensazioni. Lascio scorrere i pensieri… il rollio della nave, il bianco dell’oblò, un mare grigio scuro, un cielo grigio chiaro. Una lama di luce più bella che mai interrompe le due sfumature. Fuori sembra tutto piatto ma qui dentro è un gran su e giù. Il colore nei vestiti dei turisti. Da lontano pinguini che si fermano, poi sgambettano lenti fino a noi, simpatici e curiosi, con le braccine aperte come per tenersi in equilibrio. Si corteggiano, allungano le teste verso l’alto e poi si piegano in un inchino. Quasi a voler dire sono qua, per te sono qua. E’ il senso della vita, accettare e condividere, dare e ricevere nello stesso modo. Non ci sarà mai solitudine.
Poi il ballo ricomincia.

 

Letture consigliate:

Antarctica, lonely planet
Antarctica, a guide to the wildlife, di Tony Soper, Bradt Travel Guide, UK
Endurance: l’incredibile viaggio di Shackleton al Polo Sud, di Alfred Lansing, Corbaccio

 

di Francesca Chiolerio  –  dicembre 2004